Spicchio di Luna

Le figlie dell’Islam

Gennaio 7, 2008 · 33 Commenti

9788817018401.jpgFinalmente ho terminato la lettura dell’ultimo libro di Lilli Gruber, Le figlie dell’Islam. Premetto di non aver perso un suo libro e provo una certa ammirazione per il suo lavoro. Per due motivi: pur essendo giornalista, e come si sa, i giornalisti nella tradizione italiana sono abituati ad utilizzare la penna con troppa leggerezza e superficialità e presentandosi spesso come tuttologi, colgo nelle sue pagine una evidente preparazione teorica. Assieme, nei suoi racconti, non manca mai l’aspetto personale della sua vita privata, rendendo la lettura più piacevole a accattivante: il suo compagno Jean, le sue uscite di donna che io definirei occidentale semiliberata.

E’ un libro che racconta di un viaggio. Un viaggio nel mondo arabo (che va dal Marocco, ai paesi del Golfo), Turchia ed Iran (che del mondo arabo non fanno parte seppur professano religione musulmana) dove, l’autrice, incontra le donne di quella che lei definisce la rivoluzione silenziosa e tenace del mondo islamico. Le donne che diventeranno il vero motore del cambiamento: grazie alla rivendicazione dei loro diritti favoriranno l’apertura dei loro paesi alla democrazia. Naturalmente, si tratta di donne che appartengono all’élite, quindi una piccola parte privilegiata dell’emisfero femminile che costituisce invece più della metà della popolazione. Principale arma utilizzata da loro: l’educazione.

Certamente non è un manuale completo, e non si presenta nemmeno come tale. Ma è un buon tentativo da presentare al pubblico italiano, nella speranza di cancellare alcuni stereotipi che albergano nelle menti di molte persone soprattutto quando si guarda all’Islam come un religione retrograda, oscurantista e repressiva verso la donna. Non è così e le donne intervistate, educate nelle migliori scuole e altamente critiche, lo dimostrano quando raccontano della loro ferma volontà di riscattare una lettura maschilista e misogina del corano durata 14 secoli con una lettura moderna e tollerante. Mi piace molto che sottolinea a più riprese e, anzi mi sembra un po’ il filo conduttore del libro, come “la religione sia ostaggio della politica”. Senza considerare che, soprattutto nella parte dedicata all’Egitto, ripercorre in parte i miei stessi passi: l’oasi del Marriott a Zamalek per far tornare a respirare i polmoni appesantiti dall’aria cittadina, gli incontri coi taxisti ed in particolare l’incontro con Gamal el-Banna passando per Sharia el-Gheish. Questi, fratello del fondatore della fratellanza musulmana, riesce a dare pillole di saggezza sull’apertura del corano alle donne, sul peso della tradizione con una lucidità sorprendente considerata l’età. Ma il trucco dell’eterna giovinezza lo si trova nei suoi occhi azzurri così lucenti.

Rimango perplessa però su due punti: tutti ultimamente, Lilli compresa, ribadiscono come l’islam non sia monolitico…io trovo invece, in ogni realtà il ripetersi dello stesso gioco perverso, seppur con differenti sfumature che vanno dal wahabismo saudita al modello “laico” turco: la religione come oppio dei popoli per assecondare un regime politico che ha solo saputo creare uno stato fantoccio e ora non può fare altro che difenderlo.

Il secondo, come accennato sopra, deriva dal fatto che le donne intervistate sono comunque una minoranza che non rappresenta per niente le donne laggiù le quali vivono dinamiche di vita totalmente diverse da una attivista politica e una principissa chiusa frai suoi lussi in Arabia Saudita.

 

 

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