Spicchio di Luna

Voci categorizzate come ‘Interviste’

In Italia, meglio Gravidanza o Aborto? Questo è il dilemma

Febbraio 20, 2008 · 9 Commenti

Questa settimana, il tema dell’intervista è assai delicato ma, visto il dibatitto scaturito di recente, mi sembrava doveroso parlarne anche sul mio blog. Per l’occasione ho chiesto aiuto ad una donna di Scienza Politica (che si rassegnino pure i veri scienziati perchè anche questa è scienza!!!) e soprattutto futura mamma: la nostra Anna.

1) Da un po’ di tempo a questa a parte si è tornato a parlare della legge 194 del 1978 con cui si rendeva legale l’interruzione di gradidanza. Audaci giornalisti e uomini politici si stanno addirittura muovendo per rivederne la portata. Secondo te, che valore ha questa legge per le donne? E poi, alcuni dicono che dall’entrata in vigore della legge sono diminuiti gli aborti mentre altri dicono che si è arrivato ad un abuso dell’intervento? Chi dice il vero?

L’esperienza delle maternità è indescribile. Credo che non riuscirei mai ad esprimere a parole quello che sto provando in questi mesi, giorno per giorno, e posso affermare che la stessa cosa vale per la paternità.

Per questo sono molto sensibile alla questione della gravidanza e di conseguenza anche alla questione (scottante) dell’aborto.

Pur non essendo d’accordo con la pratica dell’aborto personalmente credo che la donna debba essere libera di decidere se interrompere la gravidanza o portarla a termine. Questo perchè nessuno può entrare nella mente di una donna che decide cosa fare della propria gravidanza. Sono contraria all’aborto come metodo contraccettivo. Si tratta di una questione etica e non solo molto delicata, ma credo che i modi della contraccezione dovrebbero essere insegnati ai ragazzi fin da molto giovani, in fondo si fa tabù di un argomento che parte della vita stessa degli adolescenti già dai 12 anni in poi (facendo una media, ma spesso molto prima).

Sono profondamente convinta che l’attuale legge sull’aborto sia stata all’epoca una buona soluzione per un problema gravoso: da una parte si tutelava la salute della donna permettendole di praticare l’interruzione di gravidanza in strutture idonee; dall’altra si tutelava in modo eticamente corretto la vita del feto. L’aborto infatti era considerato un mezzo per la tutela dell’integrità fisica e psicologica della donna. Il discorso del legislatore sembra fondato dato che è preferibile la tutela di una vita esistente ad una in formazione, aggiungendo che i 90 giorni in cui è fissato il tempo per l’interruzione sono i più a rischio per il feto.

Le reali cifre sulla pratica dell’interruzione della gravidanza non sono esattamente note. Spesso, infatti, si trascura la raccolta dei dati presso le strutture sanitarie preposte, fatto grave dato che la legge prevede esplicitamente questo aspetto. Quindi una qualunque discussione sulle cifre degli aborti è fuorviante. E non solo per un disservizio ma anche perchè manca il termine di paragone: rispetto a quale periodo i numeri dovrebbero essere diversi? Forse rispetto ai decenni, ai secoli precedenti in cui si abortiva su tavoli di cucina di levatrici, dove a rischiare la vita erano innanzitutto le donne? Fuorviante, ancora. O sui periodi più recenti in cui le ragazze di buona famiglia per salvaguardare il nome abortivano all’estero? Ipocrita, persino vergognoso.

E queste soluzioni “alternative” si presenterebbero di nuovo se una moratoria sull’aborto dovesse passare, con la solita differenza: ad abortire con i ferri delle levatrici sarebbero donne con difficoltà economiche, le prostitute, le donne provenienti da realtà degradate, le ragazzine che non possono parlare a casa, mentre nelle cliniche estere ci andrebbero le donne che possono permetterselo.

2) A proposito dell’aborto si parla sempre più spesso dell’obiezione di coscienza. Ecco, come si traduce nella realtà di un consultorio? Sei d’accordo sul fatto che alcuni medici possono rifiutarsi di dare la pillola del giorno dopo?

La mia opinione riguardo alla libertà di coscienza e di azione entro determinati limiti (ove personali ove legali) si rispecchia anche nella possibilità per il personale medico-sanitario di adottare l’obiezione di coscienza. È necessaio puntualizzare che secondo noti esponenti della ricerca scientifica, la pillola del giorno dopo non è un metodo abortivo (si consulti il sito del prof. Carlo Flamigni www.carloflamigni.it).

Il problema è il modo con il quale tale obiezione viene esercitata e pubblicizzata. La legge è molto chiara in materia: l’obiezione di coscienza deve essere comunicata da parte dell’obiettore ai propri superiori e alle strutture sanitarie nelle quali opera (art. 9 L.194/78). Questo comma presuppone un’organizzazione precisa delle strutture preposte alla somministrazione della “pillola del giorno dopo” o alle procedure per l’interruzione della gravidanza. Mi spiego meglio: dovrebbe sempre essere presente nella struttura un operatore sanitario in grado di prestare consultazione alla paziente che si reca per una richiesta del genere o almeno la paziente dovrebbe poter conoscere subito il punto più vicino dove questi trattamenti vengono praticati. Questo molto, troppo spesso nel nostro Paese non succede. In un contesto sanitario costantemente in emergenza, dove i giovani medici non riescono nenache ad accedere ai corsi di specializzazione, ma gli ospedali sono constantemente sotto-organico, sembra davvero molto pretenzioso un tale servizio. Molto spesso l’obiettore non dichiara di essere tale e preferisce “rassicurare” la donna sulle basse percentuali di gravidanza. Può sembrare impossibile, ma è così, soprattutto nei piccoli centri dove c’è un solo ospedale e in caso di dubbio si resta incinta. Evitare la l’ovulazione e la fecondazione dell’ovulo (è quanto comporta l’assunzione della pillola dle giorno dopo) è ben diverso dall’aborto.

3) Certamente l’aborto fa appello ad una morale e ad un senso civico che forse nel nostro paese non è ancora acquisito. E la politica dovrebbe farsene carico magari cominciando a dare il buon esempio con politiche che valorizzano veramente la vita (per intenderci ambienti di lavoro dove la donna non venga vista come un vuoto a perdere solo perchè è incinta sia sopratutto in termini di contartto e garanzie). Per esempio, io vedo strattamente attinente il tema del lavoro femminile e più in generale delle politiche di sussidio ai figli. Senza chiamare in causa necessariamente il rapporto tra politica e religione, che peraltro in tempi di campagna elettoralei partiti temono fortemente, cosa manca in Italia e quindi cosa dovrebbero proporre concretamente i partiti?

Omettiamo il caso di malformazioni del feto. Parliamo solo delle donne che scoprono la gravidanza in condizioni di estremo disagio o di dolore (violenza, stupri). La legge esistente è molto chiara a riguardo: la decisione deve essere della donna e solo in caso di problemi psicologici della donna si può contattare l’uomo responsabile della paternità, ove conosciuto.

Dalla mia personale esperienza posso constate che proprio per la profondità dell’esperienza materna, un’interruzione della gravidanza è sempre (tranne che in casi patologici) una sofferenza per la donna. Io credo che i segni restino sempre nell’animo.

Potersi permettere “economicamente” un figlio, però, resta la chiave della faccenda nella maggior parte dei casi di aborto. La legge prevede esplicitamente che lo stato deve creare tutte le condiizoni possibili perchè la donna possa tenere il bambino, ma sappiamo che la realtà è molto diversa (Art. 5 l. 198/74).

La donna incinta deve in Italia affrontare dei costi molto alti, e parlo ancora per esperienza personale. Solo alcune regioni italiane sono attuano davvero una politica di copertura delle spese sanitarie, mentre altre prevedono regole confuse e quindi costose.

Se poi si pensa all’onere del mantenimento del bambino le cose peggiorano.

In questo inizio di campagna elettorale, ho l’impressione che la questione dell’aborto sia tirata in campo solo per guadagnarsi l’appoggio dei cattolici e della Chiesa stessa.

Non si è mai parlato per esempio di una riforma del sitema delle adozioni. Prevedere che le coppie che desiderano un figlio possano occuparsi delle cure della mamma in attesae poi adottare il piccolo potrebbe essere una soluzione amolti aborti. Garantire un intervento sociale netto (spese sanitarie, mantenimento del piccolo, istruzione davvero gratuita fin dall’asilo) aiuterebbe ovviamente le donne sole ed in difficoltà a scegliere di non interrompere la gravidanza, ma anche le famiglie monoreddito o nella fascia di povertà. Dalla mia esperienza di dottoranda in attesa di un bambino posso affermare che devo la possibilità di avere un bambino solo dall’aiuto della mia famiglia e di quella del mio compagno, non certo dallo stato che non prevede nulla perchè non sono una lavoratrice e non verso contributi all’INPS. L’unico sussidio proverrà dal comune di residenza ma si tratta di circa 1000€ che forse serviranno ad assicurare i pannolini per i primi mesi del piccolo.

É evidente una discordanza clamorosa tra il linguaggio demagogico della politica e la formulazione di politiche volte al sostegno della famiglia e alla valorizzazione della vita.

 

Grazie Anna…forse un po’ prolissa??? :-)

Categorie: Donne · Giovani · Interviste · Legalità · Ricerca
Messo il tag: , , , ,

Petrolio: la nuova fonte energetica :-)

Febbraio 12, 2008 · 3 Commenti

Nei primi giorni dell’anno, il petrolio ha raggiunto prezzi record con picchi oltre i 100 dollari al barile (prezzo raddoppiato da inizio anno 2007) lanciando un vero e proprio allarme per i paesi dipendenti dall’oro nero. Italia compresa. Gli analisti attribuiscono la causa principale di una simile impennata alle richieste di India e Cina, quest’ultima diventata oramai il secondo paese consumatore di petrolio. Si aggiungono poi le tensioni internazionali, non ultima la crisi in Pakistan.

Aldilà delle ragioni, la situazione petrolifera sembra mettere a nudo il legame a doppio filo fra l’economia di un paese ed il panorama internazionale sempre più interdipendnete e sensibile.

In verità, non è la prima volta che le crisi petrolifere pesano drasticamente sulle economie occidentali (si pensi alle crisi degli anni settanta) i paesi non hanno saputo mettere in moto un sistema alternativo di approvvigionamenti con la conseguenza che sono rimasti altamente dipendenti dal petrolio.

Guardiamo al nostro paese, per esempio e alle politiche di approvvigionamento adottate per capire meglio come mai il caro petrolio colpisce così duramente il sistema Italia.

Per capirne di più, ho posto qualche domanda a Nibelungo, esperto di politiche energetiche, e ne è venuta fuori una conversazione a tutto tondo di politica, economia per giungere alle questioni di campagna elettorale interna…enojoy :-)

1) Lei è d’accordo, innanziuttto sulle principali motivazioni che gli analisti riportano per spiegare il caro-petrolio degli ultimi tempi?

Inizierei sottolineando che molto è stato scritto nell’ultimo periodo riguardo il trend al rialzo dei prezzi e le possibili cause, ma purtroppo l’argomento abbraccia talmente tanti fattori (e tanti campi) che è davvero difficile ricostruire un quadro completo delle cause, è anche vero che ciascun analista tende ad indicare e focalizzare l’attenzione sul proprio campo di studi, di conseguenza dove il politologo punta il dito verso le relazioni tra Stati e le tensioni internazionali, l’economista predilige spiegazioni di carattere economico ponendo l’accento sull’incontro tra domanda ed offerta.

Partendo dal punto di vista politico, è certamente vero che l’attuale situazione internazionale non aiuta la stabilizzazione di un mercato che risente fortemente degli umori di produttori e consumatori; si fanno sempre più pressanti le domande riguardo il greggio iracheno che tarda ad entrare nel mercato, o quanto meno non ha raggiunto i livelli attesi e promessi. Aldilà della capacità produttiva e delle riserve provate irachene, ciò che turba maggiormente è la stabilità del paese e la sua capacità di garantire stabilità lato offerta. I grandi investimenti di cui le strutture produttive del paese necessitano stentano a decollare a causa dell’instabilità del nuovo soggetto politico e nonostante gli Stati Uniti assicurino protezione nell’area, questa non basta a fugare i dubbi dei CEO dei petrolio che devono comunque fare i conti con terrorismo e, non meno importante, con l’avvicinarsi delle elezioni negli USA che in un modo o nell’altro condizioneranno la strategia politica statunitense nell’area.

Altro fattore è certamente rintracciabile nei focolai africani, in aree in cui la presenza di infrastrutture di proprietà delle multinazionali del petrolio viene messa a rischio giornalmente e conseguentemente la capacità produttiva delle stesse.

Le tensioni con l’Iran giocano inoltre un ruolo fondamentale, e l’inasprimento delle sanzioni statunitensi accresce il rischio che possano venire a mancare improvvisamente 2,5 milioni di barili al giorno attualmente offerti dalla repubblica islamica.

Infine potremmo citare i continui proclami statunitensi per una maggiorazione delle riserve strategiche, che ha il doppio effetto di spingere su i prezzi (normale meccanismo di mercato) e di farli schizzare alle stelle poiché innesca timori tra gli operatori (perchè gli Stati Uniti vogliono aumentare le riserve? a cosa si stanno preparando?)

Dal punto di vista economico molti analisti tendono a giustificare la crescita dei prezzi con l’inadeguatezza dell’offerta e la crescente domanda dei paesi in via di sviluppo (India e Cina in testa). Certamente la domanda cresce trainata dalle richieste proveniente dall’est, ma parlare di offerta inadeguata, dati alla mano, appare insufficiente a giustificare l’impennata dei prezzi. Probabilmente offrono maggiori spiegazioni la schizofrenia dei mercati guidati dagli effetti distorsivi della speculazione e l’inadeguatezza dei paesi occidentali nel segmento downstream (raffinazione).

Non bisogna mai dimenticare che l’interesse dei produttori (Arabia Saudita in testa) è sempre stato quello di massimizzare i profitti nel lungo periodo senza spingere il prezzo oltre la soglia per cui risulterebbe più conveniente per i consumatori affidarsi ad altre fonti, ed ultimamente la discesa del dollaro e lo spettro della recessione mettono in allarme gli stessi produttori, che temono il propagarsi della crisi a livello mondiale (con conseguente calo della domanda) ed iniziano a sperimentare livelli di inflazione (causa indebolimento della moneta di scambio) evidentemente poco graditi.

Fortunatamente la presenza di paesi come la Cina e l’India attutisce il colpo alimentando la domanda (non solo di greggio).

2)Quali politiche e misure sono state adottate dall’Italia, a partire dalle crisi petrolifere degli anni 70, in materia di approvvigionamento energetico? Si è tentata una diversificazione dello sfruttamento di risorse?

Purtroppo la risposta a questa domanda potrebbe essere molto sintetica, ovvero “no, l’Italia non è stata in grado di diversificare le fonti dalle quali attingere”, e questo non solo a livello tecnologico con lo sviluppo di fonti alternative, ma anche a livello geopolitico, basti guadare alla dipendenza che attualmente l’Italia soffre nei confronti della Russia di Putin.

E’ vero che le crisi degli anni settanta avrebbero dovuto insegnare qualcosa (quanto può far male un’improvvisa impennata dei prezzi e quanto può essere pericoloso dipendere da una o poche fonti di approvvigionamento) ma ciò non è stato; in particolare per il basso livello dei prezzi che ha rallegrato il paese a partire dalla seconda metà degli anni ‘80, questo ha non solo fatto abbassare la guardia riguardo considerazioni di carattere geopolitico, ma anche abbattuto l’interesse nello sviluppo di nuove fonti (rinomato il primo posto italiano in ricerca e sviluppo).

Non vorrei toccare il tasto nucleare, dato che le considerazioni da farsi sarebbero molte; ma (veltronianamente ragionando) da un lato concordo con chi sostiene che la scelta di abbandonarlo sia stato un errore che ha creato un gap tecnologico tra il nostro paese ed altri (non solo a livello energetico ma su più ambiti della ricerca), dall’altro concordo con chi sostiene che in Italia avremmo seri problemi per ciò che riguarda una delle fasi più importanti della filiera, ovvero lo stoccaggio (se le scorie fanno la fine dei rifiuti pericolosi siamo a cavallo…. all’estero controllo e regolazione funzionano sul serio).

3) A partire dagli anni 90, l’Italia ha avviato un processo di liberalizzazione anche per il settore energetico. Un regime di concorrenza avrebbe dovuto contenere i prezzi? Non solo sembra non aver funzionato ma pare che non sia in grado di affrontare crisi come quella attuale. Che cosa è successo?

Il fine ultimo delle liberalizzazioni è, o almeno dovrebbe essere, quello di creare le condizioni per lo sviluppo di sana concorrenza tra più attori, concorrenza che dovrebbe infine giovare ai consumatori attraverso la riduzione dei prezzi.

La liberalizzazione del settore energetico, a tal proposito perderò in considerazione il settore del gas naturale, fino ad ora non ha evidentemente sortito gli effetti sperati e questo per varie ragioni.

Il segmento della vendita al dettaglio, così come quello della vendita all’ingrosso continua ad essere concentrato nelle mani di pochi grandi operatori (Eni in testa seguita da Enel), stessa cosa si può osservare nel segmento distribuzione, con Italgas, Enel ed HeraHolding che coprono circa il 40% del mercato.

L’accostamento tra vendita e distribuzione non è casuale, prima di tutto perché la spinta liberalizzatrice data dal decreto Letta (Dlgs 164/2000) ha imposto l’unbundling societario per le aziende che coprivano entrambe i segmenti, secondo perchè le dinamiche concorrenziali all’interno delle due fasi della filiera sono differenti.

Mentre nella vendita si dovrebbe assistere a concorrenza nel mercato, con gli attori che cercano di “rubarsi clienti” l’un l’altro, nella distribuzione possiamo assistere unicamente a concorrenza per il mercato dal momento che siamo in presenza di un monopolio naturale. Ebbene né nella vendita, né nella distribuzione gli effetti della liberalizzazione si sono mostrati appieno. Nella prima il tasso di switching (passaggio da un venditore all’altro) continua ad essere basso e principalmente legato a fusioni ed acquisizioni piuttosto che ad un reale cambio di preferenza da parte dell’utente, mentre nella distribuzione persistono tuttora forti incertezze normative (mille proroghe ecc…) che non permettono di adottare reali meccanismi competitivi (gare ad evidenza pubblica).

Passando al segmento dell’approvvigionamento resta sempre Eni il leader indiscusso del segmento, con il 65% circa delle importazioni di gas naturale da Russia ed Algeria con contratti “take or pay” di durata 20 – 30 anni. E’ l’operatore che gode di una netta posizione dominante controllando comunque tutto il gas in entrata e che, nonostante costretto a cedere annualmente quote di mercato, continua a svolgere il sostanziale ruolo di price maker.

In definitiva, guardando alla struttura del mercato, se nei vari segmenti non si sono ancora fatti sentire gli effetti della liberalizzazione ciò dipende sia da carenze di carattere normativo, che da un effettivo blocco causato dalla presenza predominante di Eni nella fase alta della filiera (approvvigionamento); se a monte non vi è effettiva possibilità di influire sul prezzo, a cascata questo resterà invariato, se non con ininfluenti variazioni, anche a valle (vendita).

Tuttavia, l’incapacità di affrontare la crisi attuale è solo in parte dovuta alla struttura interna del mercato ed in buona parte causata dalla forte dipendenza del nostro paese dal gas importato (il prezzo del gas è indicizzato al prezzo del greggio).

La Russia, che cerca di mostrarsi partner affidabile, utilizza la risorsa per accrescere il proprio potere in ambito internazionale; ed in ambito europeo non è da meno, dato che il progetto del nuovo gasdotto South Stream (Gazprom – Eni – Bulgaria) può essere visto come contrapposizione al progetto Nabucco (Unione Europea) che punta a bypassare il territorio russo.

L’elevata quantità di gas importato espone l’Italia, in misura maggiore rispetto agli altri paesi europei, a possibili crisi e shock, ed il portafogli degli italiani all’aumento del prezzo della materia prima (sono solo di gennaio gli aumenti di gas ed energia elettrica). La soluzione purtroppo non è di breve periodo, occorre maggiore flessibilità nell’approvvigionamento, con la costruzione di rigassificatori si potrebbe ovviare al problema della rigidità dei gasdotti e a possibili crisi internazionali tra stati attraverso i quali il gasdotto transita (vedi Russia – Ucraina 2006). Con l’implementazione delle fonti alternative sarebbe possibile diminuire le importazioni di gas e attutire l’impatto che la crescita dei prezzi ha sui redditi delle famiglie.

In questo senso le politiche energetiche italiane degli ultimi anni sono state poco lungimiranti, esponendo così il paese agli umori altrui, suoi quali poco si può intervenire.

4) La via delle fonti rinnovabili, tra l’altro richiamata anche nel discorso inaugurale di Walter Veltroni al Partito Democratico, rappresenta davvero per l’Italia una possibile soluzione alle difficoltà di ripresa economica?

Non so se alle fonti rinnovabili farebbe piacere sapere che viene data loro una responsabilità così grande come quella della ripresa economica. Più che soluzione potremmo definirle un possibile inizio di un nuovo percorso di crescita e sviluppo, non più improntato alla totale dipendenza da fattori esogeni.

Le fonti rinnovabili non devono essere considerate come alternative al gas o al petrolio, piuttosto come integrative alle fonti fossili. Certamente maggiore sarà il fabbisogno soddisfatto da eolico, solare, fotovoltaico ecc… minore sarà la necessità di importare ed acquistare input produttivi di primaria importanza.

A parer mio l’Italia ha gravi deficit per ciò che riguarda la capacità di cogliere le prospettive di sviluppo futuro e questi deficit sono legati alla mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo. La Cina, ad esempio, sta pian piano diventando uno dei maggiori produttori di pannelli fotovoltaici, minacciando il primato tedesco nel campo. L’Italia non solo non è stata in grado di sfruttare una risorsa che ha abbondantemente a disposizione, ma non è stata in grado neanche di cogliere le prospettive di sviluppo economico legate alla ricerca tecnologica nel campo, nonostante buona parte degli ingegneri assunti dalla Sharp (primo produttore al mondo di pannelli) siano italiani.

In Italia si tende troppo spesso ad individuare le cause del cattivo andamento dell’economia in fattori che non dipendono dal paese, quindi il petrolio, il gas, l’economia globale ecc… al contrario poche volte si additano come cause del cattivo andamento scelte politiche errate o miopi.

Appare quindi ovvio dire “se dipendessimo meno dai volatili prezzi del greggio e più dal rinnovabile l’economia andrebbe meglio”, meno scontato è chiedersi perché siamo dovuti arrivare al 2008 per porci il problema mentre altri paesi non troppo distanti da noi e dalla nostra situazione si sono posti il quesito molto tempo fa e hanno già la risposta pronta.

 

Grazie Nibelungo!!

 

Categorie: Democrazia · Guerra e Pace · Interviste · Ricerca
Messo il tag: , , , , , , , ,

Non solo Lolita per capire l’Iran

Gennaio 22, 2008 · 1 Commento

Questa settimana intervista dai contenuti piuttosto corposi ma ne è valsa la pena. Davvero ricca di informazioni e di spunti critici…E’ stato Marc, esperto di Iran, a rispondere questa volta ai miei quesiti. Nonostante i suoi impegni professionali (molto più importanti!!!) è riuscito a trovare un po’ di tempo per noi!
1) Partiamo dall’attuale presidente. Fin dalla campagna elettorale si è presentato un uomo carismatico dai tratti populisti riuscendo poi a vincere le elezioni nel 2005. Chi è?
Iniziamo coll’elezione dell’attuale presidente iraniano. Secondo meAhmadinejad si è imposto nel 2005 non tanto per il suo “populismo”, ma per ragioni molto più complesse. Ne citerò tre. Innanzitutto c’era l’innegabile mobilitazione delle reti diciamo “rivoluzionarie” in suo favore. Ahmadinejad infatti non è un conservatore classico: non faparte del clero ed è un presidente abbastanza giovane. Mentre era uno studente rivoluzionario 30 anni fa, oggi è legato alle Guardie della Rivoluzione (Pasdaran). Quest’ultimi hanno mobilitato enormemente perla sua campagna. I Pasdaran son stati concepiti dopo la rivoluzione come una forza parallela all’esercito (considerato poco affidabile da Khomeini). Nel periodo post-rivoluzionario i Pasdaran son spesso stati l’avanguardia del regime. Non solo arruolavano tantissimi giovani, spesso di origini modesti, per la guerra contro l’invasore iracheno, ma garantivano anche la moralità islamica nelle strade. Poi, dopo la morte di Khomeini e dal 1989 in poi tutta una generazione di giovani revoluzionari si è sentita pian piano scartata: prima con le liberalizzazioni economiche di Rafsanjani, poi con le prove di liberalizzazione politica sotto Khatami. Nonostante il potere enorme dei Pasdaran nell’Iran di oggi, devono lottare per mantenerlo. La lotta intorno al nuovo aeroporto internazionale di Teheran ne è un esempio. I controlli e la sicurezza (quindi anche tutto il commercio aereo) nel vecchio aeroporto (Mehrabad) erano nelle mani dei Pasdaran. Se l’apertura del nuovo aeroporto è stato posticipato cosi spesso è appunto perché i Pasdaran hanno dovuto lottare per ottenerci gli stessi diritti. E solo un esempio, ma il loro sostegno a Ahmadinejad, “uno dei loro”, si deve vedere nel quadro di una lotta interna per il potere. Un secondo motivo per l’elezione di Ahmadinejad era la sua campagna personale. Prometteva da un lato di “mettere sul tavolo degliIraniani il reddito petrolifico”, d’altro lato diceva di fregarsene di come la gente andava vestita. Questo discorso era attraente per tanti iraniani che vivono una vita modestà, mentre non antagonizzava quelli aspirando a più libertà. Un terzo motivo, mi sembra, era il fatto che il suo rivale, Rafsanjani, forse l’uomo più potente in Iran attualmente, è stato percepito come l’alternativa della corruzione edei richissimi. Tanta gente ha allora preferito il più modestoAhmadinejad.
2)Oggi gode ancora di popolarità nel paese? Spesso e volentieri la stampa internazionale parla dell’Iran nei suoi impegni di politica estera mentre si conosce poco del fronte interno? Quali sono i suoi cavalli di battaglia in politica interna per mantenere il consenso?
Domanda difficile. Se tifacessi la stessa domanda su Prodi che mi diresti? Mi risponderesti: sì c’è della gente che ancora gli vuole bene, poi altri che hanno le loro critiche ed altri ancora che lo odiano. In Iran per Ahmadinejad è uguale. Le classe occidentalizzate del nord di Tehran o altrove, fanno parte dell’ultima categoria, ma sono solo loro l’Iran. Certamente in generale tanta gente è stata delusa, perche anche se Ahmadinejad ha provato ad aumentare l’intervento statale nell’economia, il reddito del petrolio non si trova ancora sul tavolo degli Iraniani. Poi, i prezzi dell’immobiliare sono spesso raddoppiati e la benzina è stata razionata. Cose in grado di affondare la popolarità di chiunque. Razionare la benzina non era in sé una cattiva idea secondo me, perché l’Iran deve effettivamente risolvere la sua questione energetica.
Causa di una consommazione interna troppo alta e di una mancanza diraffinaderie sufficientemente potenti, l’Iran, pur esportatore di grezzo, deve oggi importare la benzina. Considerando anche la possibilità di sanzioni internazionali Ahmadinejad ha pensato che
limitando la consommazione interna e diversificandola (tante macchine in Iran utilizzano anche il gas come combustibile), l’Iran potrebbe limitare l’effetto di tali sanzioni. Poi si era anche pensato di cancellare il razionamento e di invece aumentare il prezzo della
benzina, che in Iran costa poco causa i sussidi statali. Ma anche se c’era una certa razionalità in questa decisione, gli Iraniani non l’hanno gradita. Poi è comprensibile che se oggi uno deve far la coda per la benzina (perché razionata) e deve pur far la coda per il gas
(perche non ci son abb distributori), perda un po’ la fiducia nel presidente. Inoltre, nel frattempo i suoi opponenti nel regime hanno fortificato le loro posizioni (oggi per esempio Rafsanjani è presidente di due consigli fondamentali del regime). Cmq, aldilà delle speculazioni, fra un mese ci saranno le elezioni parlamentari e vedremo quali frazioni faranno più o meno bene.
3) Come si percepisce oggi nelle strade il ruolo della religione in Iran?
Iniziamo coll’attuale presidente: contrariamente a quello che aveva promesso, i controlli su come la gente si veste son chiaramente stati aumentati, più polizia per vedere se la donna è vestita secondo le regole dell’islam o no; ma anche per interpellare ragazzi con capelli lunghi (tipo rock), ecc. Bisogna dire però che questo nei primi anni della sua presidenza non era il caso, Ahmadinejad aveva anche fatto delle proposte più “progressiste”, come permettere alle donne di assistere alle partite di calcio maschile. Oggi però la situazione è innegabilmente cambiata. Ma la necessità di questi controlli rivela un’aspetto interessante delle società iraniana. Nelle strade vedi delle donne in tchador nero, ma anche quelle con un velo piccolo (il velo è obbligatorio) che mostra i loro capelli colorati o la loro pettinatura alla Shakira, a Teheran spesso in combinazione con un cappotto non troppo largo, dei jeans e degli stivali molto sexy. Fra questi due estremi ci sono tante varietà di veli, di vestiti ecc…Anche nelle opinioni si ritrova questa varietà: certi odiano gli arabi perché hanno imposto sta religione, altri invece si tengono strettamente alle regole coraniche. C’è quindi una certa libertà di scelta a quel livello, anche se è chiaro che quelli che si vestono in
modo troppo occidentale o “eccitante” possono anche rischiare qualche giorno di prigione. Ma nonostante questo il governo non riesce ad uniformizzare la società. Non pensiamo però che tutte le donne si sentono “oppresse”, ne ho anche incontrate un bel pò che erano
d’accordo colle regole imposte dal governo islamico e non oserei dire che è una minoranza oggi. D’altronde la questione femminile va considerata al-di-là del velo imposto. Se nel 1976 sotto lo shah il livello di analfabetismo era di 65% per le bambine, nel 1996 era stato
ridotto a 25,5%. Oggi ci sono donne in parlamento, una donna vice-presidente, donne che lavorano come poliziotti. Le donne formano anche la maggioranza nelle università. In questo senso, quando uno considera l’Iran e la religione bisogna tener sempre ben presente l’enorme diversità di questo paese. Un’altro esempio: recentemente l’Iran ha commemorato Ashura, importante festa religiosa sciita. C’erano i credenti nei piccoli villaggi che si frustravano a sangue, c’erano quelli delle grandi città che si frustravano più
simbolicamente mentre danzavano ritmicamente e c’erano tanti giovaniche giravano intorno alle processioni per guardare altri/e ragazzi/e e magari provarci un po’. Se uno vuole capire l’Iran bisogna quindi innanzitutto accettare questa diversità di idee, convinzioni ed aspirazioni.
4) E’ facile per uno studioso di Iran raccogliere notizie, informazioni che siano obiettive, sul paese? Quali difficoltà hai incontrato?
Per uno studioso in Iran raccogliere informazioni non è impossibile ma dipende moltissimo da quello che ti interessa. Ricerche sulla storia dell’Iran, sull’archeologia, la ricca letteratura persiana, la poesia, l’architettura o anche sul ruolo della religione nella società vengono considerati come molto interessanti. Conosco un cittadino americano che ha appena finito una tesi qui all’università d’Isfahan ul ruolo del bazar nella società attuale. Ovviamente ci sono anche ei limiti alla ricerca qui come altrove. Penso d’altronde che gli rgomenti sensibili siano un pò uguali in ogni paese. Personalmente on ho avuto difficoltà perché ho la fortuna di occuparmi sopratutto i politica internazionale. Poi visto che sono qui innanzitutto per mparare la lingua e per vivere la realtà iraniana contemporanea, non i devo preoccupare di raccogliere informazioni.
5) Certamente anche in Italia il libro più famoso a proposito della storia iraniana è il romanzo Leggere Lolita a Teheren. Cosa ne pensi? Quale altro libro invece suggeriresti?
Penso che “Leggere Lolita a Tehran” sia un libro interessante su certi versi, ma bisogna tener in mente che è l’opinione di una donna straprivilegiata che non ha certo vissuto la vita della donna iraniana media. Lei esprime un giudizio personale influenzato tantissimo dai suoi sentimenti… Di conseguenza il libro dà una visione abbastanza a senso unico vedendo solo le cose negative dell’Iran di oggi. Consiglierei piuttosto un libro di una professoressa iraniana di letteratura “Jasmine and Stars” col sottotitolo: “Reading More Than Lolita in Tehran“. If you liked “Reading Lolita in Tehran”, you’ll love “Jasmine and Stars”… Il libro dà un immaggine equilibrata dalla realtà quotidiana delle donne iraniane che non vivono tanto nella paura quanto nella speranza… Il libro si trova facilmente su Amazon, ma temo che non sia tradotto in italiano…Per qualcuno che vorrebbe leggere un libro in italiano sulla storia dell’Iran consiglierei il libro di Farian Sabahi, Storia dell’Iran, ultima edizione 2006, Mondadori…
A microfoni spendi, tra l’altro il nostro intervistato mi ha detto che ha visto Lolita di Nabokov liberamente in vendita in una libreria di Teheran.
Grazie Marc :-)

Categorie: Democrazia · Guerra e Pace · Interviste
Messo il tag: , ,

11° comandamento: non invitare il papa alla Sapienza

Gennaio 15, 2008 · 19 Commenti

Giovedì prossimo si terrà l’inaugurazione dell’anno accademico all’Università La Sapienza di Roma. All’incontro, il rettore aveva invitato Papa Ratzinger ma subito sono arrivate le proteste: una lettera firmata da oltre 60 professori e quindi le manifestazioni degli studenti.

Infine, oggi, il Vaticano ha «ritenuto opportuno soprassedere» alla visita del Papa all’università la Sapienza «a seguito delle ben note vicende di questi giorni». Lo annuncia un comunicato della sala stampa vaticana.

In proposito, anche io vorrei dare il contributo al dibattito ad un collega, Leo, ricercatore ed e’ presidente di Azione Cattolica nella sua parrocchia. Leggete le risposte:

1) E’ stato scontro oggi alla sapienza per la partecipazone del papa. Ora è stata annullata.Tuttavia, l’escalation del dissenso ha acceso ulteriomente il dibattio. Quali sono le ragioni che hanno sollevato la protesta? Cosa ha detto Ratzinger a proposito di Galileo da essere contestato?

La ragione principale credo sia molto spicciola, come ammettono diversi docenti della Sapienza anche non esattamente filoclericali: montare un po’ di polemica intorno al rettore uscente per impedirne larielezione. Prima della Sapienza, il papa è stato ospite di diverse università, senza alcuna polemica. Ratzinger poi non ha parlato spesso di Galileo, le critiche si rifanno, mi par di capire, solo a un discorso del ‘90 in cui, ancora cardinale, citò Feyerabend (quindi non un Santo o un Papa, tutt’altro) secondo cui il processo a Galileo era stato ragionevole. Giorgio Israel (un altro che certo non è filo-papa) chiarisce inoltre bene che nel complesso del discorso Ratzinger faceva un mea culpa, che è la posizione della Chiesa sulla faccenda (pure troppo remissiva, perché che il processo fosse giusto è ammesso da diversi non cattolici).

2) Quale importanza simbolica avrebbe avuto l’evento a fronte dell’attual dibattito tutto italiano sulla laicità dello stato e la politica?

Invitare un religioso a parlare non vuol dire che l’università non sia laica, ma pluralista, che è un bene. Questo vale ovviamente anche per”analoghi” del papa come Alessio II e il Dalai Lama (invitati all’Università di Bologna e a Roma 3). L’evento in sé non avrebbe dimostrato niente, la contestazione dimostra invece che in Italia il Papa è percepito come un terribile nemico, il che mi sembra un’opera di disinformativa.

3) Quale sarebbe la tua opinione in proposito da scienziato e da cattolico?

L’università è il luogo della cultura, e la religione fa parte della cultura. Avrei preferito semmai delle proteste per la laurea honoris causa a Valentino Rossi, che con la cultura c’entra poco (oltre ad avere meriti sportivi ma demeriti fiscali). Perciò concordo col rettore della Sapienza che l’annullamento farà molto male alla cultura italiana. Da scienziato e cattolico aggiungo poi che contestare qualcuno (guarda caso, sempre Ratzinger) su una sola frase non sua è un comportamento pericolosamente vicino a quello degli integralisti islamici, non certo campioni di laicità e progresso scientifico.

Categorie: Democrazia · Giovani · Interviste · Ricerca
Messo il tag: , ,

La corsa alle presidenziali

Dicembre 15, 2007 · 18 Commenti

A novembre 2008, ci saranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America. Due grandi partiti si contendono la carica: il Partito Repubblicano, di cui fa parte il Presidente uscente, George W. Bush e il Partito Democratico. Anche in Italia, se ne sente parlare sempre di più e non solo per l’importanza storica che contrassegna su scala mondiale il cambio della guardia alla Casa Bianca.

La bagarre dei partiti politici in Italia chiama spesso e volentieri in causa lo stesso modello americano. Per capire meglio di cosa si tratta, ho posto le solite tre domande all’esperta di politica americana, la nostra Sibilla. Leggete l’intervista….

1)Che cosa sono Partito Repubblicano e Democratico negli Stati Uniti? Come si pongono soprattutto in politica estera? Quali particolarità presenta il modello partitico americano per suscitare così tanto fascino anche fra i politici italiani?

Innanzitutto, i partiti negli Stati Uniti sono diversi da quelli che siamo abituati a vedere in Europa.

Il richiamo al modello americano di questi giorni da parte del Partito Democratico di Walter Veltroni è principalmente volto a catturare l’idea dell’unità che manca nel sistema partitico italiano.

In verità, i partiti americani racchiudono al loro interno anime molto diverse.

Prendiamo ad esempio il Partito Repubblicano che forse è quello più composito. Esso vede al suo interno sempre presente un’anima fondamentalmente isolazionista che vuole, per esempio, il ritiro dell’America dai maggiori teatri per pensare soprattutto a se stessa (la cosiddetta logica di ritorno).

Segue poi la componente realista alla Nixon e alla Kissinger (anche se questi aveva corso con i democratici) o alla Colin Powell i quali ritengono che gli USA devono svolgere un ruolo nel mondo seppur con un’attenta selezione. In altre parole, guardano al successo della strategia (rapporto costi-benefici). Ad esempio, la I Guerra del Golfo è interpretata una guerra cruciale poiché si proponeva il grande obiettivo di ristabilire il riequilibrio in Medio Oriente. Per converso, quando si è trattato decidere sulle sorti di Saddam, si è convenuto di non intervenire di fronte alla necessità di controbilanciare il potente Iran (si parla in questo caso di selective engagement).

Quindi, la componente neoconservatrice che nasce negli Stati Uniti tra gli anni 70 e 80 tra l’altro da componenti democratiche. Essa ha poi avuto una grande influenza sotto il governo Reagan. Si batte per l’eccezionalismo statunitense ed è a favore di un ruolo pro-attivo nel mondo. In aggiunta, tale componente si richiama ad un’anima etica molto forte.

Da ultimo, esiste una vera e propria componente religiosa di cui si può riportare l’esempio di Christian Right, movimento che supporta fra i valori reliogiosi più fondamentalisti. Per capire meglio basti pensare che fanno delle tematiche religiose, quali l’aborto argomento portante della campagna elettorale.

Il Partito Democratico, invece, appare più compatto: sono i cosiddetti Liberal e non hanno una differente visione in politica estera rispetto all’altro partito come dimostra la guerra all’Iraq votata anche da un gran numero di democratici. Inoltre, è stato lo stesso Clinton a cominciare l’era degli interventi umanitari.

Certamente i democratici danno maggiore enfasi all’aspetto sociale con tematiche quali la sicurezza sanitaria, l’immigrazione, le questioni ambientali.

2)Chi sono i maggiori candidati per i due partiti? Quali i favoriti? Quale è stata la reazione dell’opinione pubblica di fronte ad un nero o una donna alle presidenziali?

La presentazione dei candidati mi porta a cominciare subito con una considerazione sull’Italia ed in generale l’Europa. Il Partito Democratico, a differenza della sinistra italiana ed europee che comunque stanno affrontando una crisi interna, è riuscito a proporre come candidati ben 3 persone e tutti dotati di una forte personalità carismatica. Loro sono: Hillary Clinton, Barak Omaba, John Edwards.

La favorita in assoluta è la Clinton anche se, occorre confessare, l’America sembra alquanto spaventata dal fatto di avere una donna al potere. Comunque, la presenza di Hillary ha suscita un dibattito intorno al problema donne-politica.

Quindi, Barak, personaggio di rilievo e che propone un confronto serrato con la Clinton. Lui offre riforme serie soprattutto nell’ambito dell’assetto sanitario. Una delle tematiche fondamentali per i democratici è la copertura sanitaria per tutti. A tal proposito, Barak e l’altro candidato utilizzano l’esito fallimentare che aveva avuto Hillary sotto la presidenza del marito come carta a loro favore. Edwards era già nel ticket con John Kerry e dai sondaggi appare chiaro come punti più al ticket con Barak (la Vicepresidenza).

Nel Partito Repubblicano, al contrario, ci sono personaggi che hanno lo stesso livello di consenso che non supre mai il15-20% e quindi difficilmente riesce ad emergere una figura di rilievo. I principali sono: Rudy giuliani, il più favorito. Lui è l’ex sindaco di New York ed è ricordato per la sua bravura nella gestione della città e per come ha affrontato l’11 settembre. Non è amato però dalla componente conservatrice perché è anche favorevole all’aborto.

Mitt Romney. Lui è un mormone. Sicuramente punta a conquistare l’ala più religiosa e conservatrice così come Mike Huckabee, ex pastore battista. Questo è comunque un outsider.

Poi c’è John McCain di cui l’Economist traccia un quadro positivo: è stato in Vietnam, ha fatto la guerra, e aver fatto il servizio militare ha un peso di rilievo per la presa sull’opinione pubblica americana. Tra l’altro, egli ha avversato spesso provvedimenti repubblicani ed è sembrato sensibile a tematiche democratiche quali il riscaldamento terrestre e immigrazione.

Senz’altro bisogna ricordare che la presidenza Bush ha messo in difficoltà la compagine repubblicana: i repubblicani notoriamente molto attenti alle tasse e ad una spesa pubblica ridotta si trovano in realtà con una disciplina fiscale fuori controllo soprattutto a causa della guerra, senza considerare poi l’effetto global imbalance con il resto del mondo, il pesante debito, il dollaro basso.

3) Quali sono le principali tematiche della campagna?

Come nella campagna elettorale di Clinton marito, c’è un ritorno a tematiche interne e di carattere economico probabilmente anche per la riduzione dei morti in Iraq che ha messo da parte l’urgenza della politica estera.

C’è molta attenzione verso la cura sanitaria: i democratici sono compatti nel proporre tutti una copertura universale (si consideri che al momento almeno ¼ degli americani adesso non sono coperti in nessun modo poiché in genere la copertura viene garantita dal datore di lavoro). Naturalmente i singoli candidati propongono strategie diverse.

Nessuno fra i repubblicani invece propone la copertura universale fondamentalmente per il problema delle tasse, che come detto sopra per loro dovrebbero essere piuttosto ridotte.

Seguono ancora argomenti legati alla guerra al terrorismo e la sicurezza interna, l’immigrazione (adesso è stato costruito il muro in Messico, di cui ancor poco si parla).

Categorie: Democrazia · Donne · Guerra e Pace · Interviste
Messo il tag: , , , ,